ɪʟ ʙᴇʀɢᴀᴍᴏᴛᴛᴏ: ᴜɴ ᴠɪᴀɢɢɪᴏ ɴᴇʟ ᴄᴜ♡ʀᴇ ᴘʀᴏꜰᴜᴍᴀᴛᴏ ᴅᴇʟʟᴀ ᴄᴀʟᴀʙʀɪᴀ

Martedi 18 agosto 2026

La mattina del 13 agosto, insieme a due giovani accompagnatrici, mia sorella e una sua amica, sono salita sul treno regionale da Parghelia con una destinazione precisa: Reggio Calabria Lido.

Era la fermata più vicina alla mia meta. 

Il mio obiettivo? Il Museo Nazionale del Bergamotto.

Arrivate a Reggio Calabria, le nostre strade si sono divise.

Loro hanno scelto una passeggiata lungo il corso e sul bellissimo lungomare della città. Io, invece, ho iniziato il mio piccolo viaggio alla scoperta di uno degli agrumi più affascinanti che esistano.

Ma prima di arrivare al museo, con il caldo di agosto che non lasciava molta scelta, c'era una tappa praticamente obbligatoria. Un gelato. E non poteva che essere al bergamotto.

Alla famosa gelateria SottoZero, a Reggio Calabria, ho scelto un gusto fresco e, naturalmente, amaro. Un piccolo anticipo di quello che avrei scoperto poco dopo.

Arrivata al museo, sono stata accolta dal professor Vittorio Caminiti, che con grande disponibilità mi ha accompagnata alla scoperta di questo luogo e della storia del bergamotto.

Il museo nasce nel 2008 con l'obiettivo di raccogliere, conservare e far conoscere la storia di questo speciale agrume, i suoi impieghi e, soprattutto, il suo preziosissimo olio essenziale, da secoli esportato dalla Calabria verso il resto del mondo.

Ed è proprio qui che il mio modo di guardare al bergamotto è cambiato.

Per chi lavora con il profumo, il bergamotto è una materia prima familiare. Lo si incontra nelle formule, negli accordi, nelle piramidi olfattive. Si conosce il suo carattere, si riconosce la sua freschezza.

Ma una cosa è annusare una materia prima in una boccetta e un'altra è incontrarla nel luogo che l'ha cresciuta.

E così, tra antichi strumenti di estrazione, racconti, profumi e testimonianze, ho iniziato a conoscere non soltanto il bergamotto, ma tutto ciò che si trova dietro quella piccola goccia di olio essenziale.

Il bergamotto ha l'amarezza gentile del lime, l'acidità del pompelmo e la dolcezza fugace del limone.

È agrumato, certo, ma non soltanto. Il suo olio essenziale porta con sé una freschezza luminosa, sfumature verdi, amare e al tempo stesso delicatamente floreali ed è impiegato come fissativo in formula contribuendo alla diffusione e alla persistenza armonica del bouquet olfattivo.

È proprio questa complessità a renderlo una delle materie prime più affascinanti della profumeria.

La domanda, a questo punto, viene quasi spontanea: perché il bergamotto ha trovato proprio qui, sulla costa jonica reggina, il suo territorio d'elezione?

La risposta si trova nell'incontro di elementi che, insieme, creano condizioni particolari: il mare, il sole, i venti, il terreno e il microclima. La fascia costiera reggina gode di un equilibrio ambientale raro, favorito anche dalle correnti dello Stretto, che contribuiscono a mantenere temperature e condizioni relativamente stabili.

È questo incontro tra natura e geografia ad aver creato un ambiente particolarmente favorevole alla coltivazione del bergamotto ed è proprio questo che rende una materia prima così interessante per chi si occupa di profumo: non esiste soltanto il profilo olfattivo di una pianta. Esiste il luogo in cui quella pianta cresce.

Tre bergamotti, tre personalità, ebbene si e non lo sapevo ma del bergamotto esistono tre cultivar principali: Fantastico, considerato particolarmente pregiato per la resa dell'essenza; Femminello, più delicato; Castagnaro, la varietà più rustica e oggi quasi scomparsa.

Tre nomi, tre caratteristiche, tre sfumature dello stesso agrume e per quanto diverse, tutte raccontano la stessa terra.

La storia del bergamotto, però, non è fatta soltanto di profumi e bellezza.

Negli anni Settanta la coltivazione attraversò una delle sue fasi più difficili. La corsa all'edilizia trasformò profondamente il territorio. Molti bergamotteti vennero abbattuti e la coltivazione del frutto iniziò a essere considerata poco conveniente.

Per molto tempo, inoltre, il principale interesse economico era concentrato sull'olio essenziale destinato alla profumeria e alla cosmetica. Il resto del frutto aveva un valore molto più limitato.

Poi arrivò un altro momento difficile: il bergamotto venne associato a presunti effetti nocivi e la sua produzione subì un forte ridimensionamento.

I terreni diminuirono, molte famiglie abbandonarono la coltivazione e tanti giovani lasciarono la Calabria e si trasferirono al nord.

Ma il bergamotto non è scomparso. È rimasto nelle mani di quei piccoli produttori che hanno continuato a crederci, a coltivare, raccogliere ed estrarre.

Da questa resistenza è nata una nuova consapevolezza: quella di proteggere una materia prima che non appartiene soltanto all'agricoltura, ma alla storia e all'identità di un territorio.

Il bergamotto di Reggio Calabria è diventato così un prodotto riconosciuto e tutelato, fino al riconoscimento della DOP nel 1999.

Poi è arrivata un'altra rivoluzione. Il bergamotto ha smesso di essere soltanto una materia prima per profumieri e cosmetologi ed è entrato sempre più nelle cucine, nelle pasticcerie e nella gastronomia.

Il suo carattere amaro, intenso e agrumato, che inizialmente può quasi spiazzare, è diventato invece la sua forza. Chef e pasticceri hanno iniziato a usarlo per creare nuovi abbinamenti e nuove interpretazioni.

Il bergamotto ha iniziato così a vivere una seconda vita.

E forse è proprio questo uno degli aspetti che più mi affascinano del bergamotto: la sua capacità di non lasciarsi racchiudere in una sola definizione.

È agrume.

È materia prima per la profumeria.

È ingrediente.

È territorio.

È memoria.

Ed è anche una piccola storia di rinascita.

Per questo, oggi, guardando un bergamotto non vedo più soltanto un frutto ma vedo una terra che ha saputo trasformare una materia prima in identità.

E questo è il bello del viaggio nel mondo del profumo: più si conosce una materia prima, più ci si accorge che dentro una sola goccia possono convivere moltissime storie.

Persino il suo nome sembra custodire un piccolo enigma.

Il bergamotto, scientificamente Citrus bergamia Risso, ha un'etimologia sulla quale non esiste una certezza assoluta.

L'ipotesi considerata più accreditata lo fa derivare dal turco bey armudu, un'espressione traducibile come “pero del signore” o “signora delle pere”. Il riferimento sarebbe alla somiglianza del frutto con la cosiddetta pera bergamotta.

E guardandolo, in effetti, qualcosa torna: la sua forma è particolare, a metà tra un agrume e una piccola pera.

Ma non è l'unica teoria, alcune interpretazioni collegano il nome alla città spagnola di Berga, vicino a Barcellona; altre a Pergamon, l'antica città dell'Asia Minore. Nel corso dei secoli sono state formulate anche altre ipotesi, alcune legate alla lingua e alle tradizioni locali.

Da dove arriva davvero il bergamotto?

L'origine esatta del bergamotto non è ancora del tutto chiarita. Una delle ipotesi più diffuse lo considera un ibrido naturale, nato dall'incrocio tra diverse specie di agrumi.

Anche le testimonianze storiche non sono sempre univoche.

Le prime notizie scritte certe risalgono alla fine del Seicento, mentre diverse fonti retrodatano la sua presenza nell'Italia meridionale di alcuni secoli. Il materiale raccolto al Museo del Bergamotto riporta anche testimonianze e ritrovamenti archeobotanici che sembrerebbero suggerire una storia ancora più antica.

Ma tra documenti, ipotesi e leggende, una cosa è certa: a un certo punto il bergamotto arriva in Calabria e qui trova la sua casa.

Secondo le ricostruzioni storiche riportate durante la visita, una presenza significativa del bergamotto in Calabria sarebbe documentabile tra il XIV e il XVI secolo. Una delle testimonianze più curiose riguarda addirittura Carlo V, al quale intorno al Cinquecento sarebbero stati serviti bergamotti canditi.

La prima vera svolta nella coltivazione reggina arriva però nel 1750, quando Nicola Parisi mette a dimora alberi di bergamotto nel fondo denominato Rada dei Giunchi, nell'area dell'attuale Reggio Calabria.

Da quel momento il paesaggio cambia.

I bergamotteti iniziano a diffondersi e, insieme agli alberi, nasce un'intera economia fatta di coltivatori, potatori, raccoglitori e artigiani.

Il bergamotto non è più soltanto un frutto, ma diventa un mestiere.

Quando il bergamotto entra nel mondo del profumo

Il bergamotto non è semplicemente una delle tante materie prime utilizzate in profumeria.

È una delle materie prime che hanno contribuito a costruire la storia stessa della profumeria moderna.

Prima dell'industrializzazione, l'essenza veniva estratta manualmente dalla buccia.

Il procedimento era lento e delicato: la scorza veniva pressata e l'olio essenziale raccolto attraverso spugne naturali, sistemate nelle cosiddette concoline.

Un gesto artigianale, ripetuto migliaia di volte.

Poi, nel 1844, arriva un'invenzione destinata a cambiare radicalmente il processo: il reggino Nicola Barillà mette a punto la cosiddetta “Macchina Calabrese”, che permette di estrarre l'olio essenziale dalla buccia in maniera molto più efficiente, mantenendo una qualità elevata.

È un passaggio fondamentale.

La materia prima che per secoli era stata estratta quasi interamente attraverso il lavoro delle mani entra nell'epoca dell'industrializzazione.

Ma il viaggio del bergamotto nel mondo della profumeria era iniziato molto prima.

Prima che l'Acqua di Colonia conquistasse l'Europa, il bergamotto era già protagonista alla corte francese. Nel Seicento, gli agrumi diventano bene di lusso e soggetto di nature morte. Il bergamotto si afferma nella profumeria grazie a Francesco Procopio dei Coltelli (1651–1721), cuoco italiano di origine siciliana noto a Parigi col nomignolo di Le Procope; giunge alla corte di Re Luigi XIV portando con sé essenze di limone, arancio e bergamotto, con le quali confeziona sorbetti, granite e l’antesignano del gelato, ottenuto sostituendo il miele con lo zucchero e mescolando sale nel ghiaccio in giuste quantità. Luigi XIV loda pubblicamente le sue “acque gelate” (granite), concedendo di fondare nel 1686 il più antico caffè del mondo: il “Café Procope”, a Parigi. Il profumiere Simon Barbe pubblica nel 1699 la prima «essence de bergamote» nel suo celebre trattato sui profumi e sulla profumeria.

Giovanni Paolo Feminis (1660–1736), emigrato in Germania, crea l’aqua admirabilis, profumo persistente a base di bergamotto. L’uso dell’essenza si diffonde per contrastare i cattivi odori, in un’epoca in cui l’acqua era vista con sospetto.

Successivamente sarà Giovanni Maria Farina a elaborare quella che diventerà la celebre Acqua di Colonia.

Ed è difficile immaginare la storia dell'Acqua di Colonia senza il bergamotto.

Farina stesso, in una lettera del 1708, descrive il suo profumo evocando un mattino italiano dopo la pioggia e una natura fatta di arance, limoni, pompelmi, bergamotti, cedri, fiori ed erbe aromatiche.

È una descrizione che, ancora oggi, racconta perfettamente ciò che il bergamotto sa fare in una composizione: portare luce, freschezza e naturalezza, creando un ponte tra gli agrumi, i fiori e le note verdi e aromatiche.

E da quel momento il suo destino sarà indissolubilmente legato alla profumeria.

La “Calabrisella”

Durante la visita al museo ho incontrato anche una testimonianza particolarmente interessante di questa storia: la “Calabrisella”, un'acqua di colonia legata alla tradizione profumiera calabrese, nata nel 1910 dalla formulazione del Commendator Annunziato Tedesco a San Giorgio Morgeto (Reggio Calabria).  

Nei primi del Novecento divenne un vero e proprio status symbol, elogiato pubblicamente da Gabriele D'Annunzio e dal poeta Alberto Cavalieri.

Il Sigillo Reale: La Regina Margherita di Savoia ne rimase così affascinata da concedere al produttore il diritto di inserire lo stemma reale sulla confezione.

Calabresella Acqua di colonia – Carpentieri Profumi

È proprio questo genere di oggetti a rendere una visita al museo così preziosa.

Perché dietro una boccetta non c'è soltanto una fragranza ma c'è un pezzo di storia, di artigianato, di economia e di cultura olfattiva.

E per chi, come me, lavora oggi con le fragranze, vedere queste testimonianze significa poter collegare la materia prima che annuso ogni giorno alle mani e alle persone che l'hanno trasformata in profumo prima di me.

Una materia prima dalle mille vite, perché il bergamotto non si è fermato alla profumeria.

Nel corso dei secoli ha attraversato la cosmesi, la gastronomia, la medicina tradizionale e, più recentemente, la ricerca scientifica.

Nel 1830 entra nella storia del tè con l'Earl Grey, mentre il suo aroma viene utilizzato anche nella produzione di caramelle, liquori, dolci e altre preparazioni gastronomiche.

La sua parte più preziosa per la profumeria rimane però la buccia.

È lì che si concentra l'olio essenziale, ottenuto mediante spremitura/espressione della scorza.

E qui torna una delle cose che più mi hanno colpita durante la visita: lo stesso frutto può essere letto attraverso sensi completamente diversi.

Lo annusi e trovi freschezza, verde, amarezza, sfumature floreali.

Lo assaggi e scopri un'altra personalità ancora.

Lo osservi e vedi una forma imperfetta, quasi rustica.

Conosci la sua storia e scopri che dentro quel piccolo agrume sono passati secoli di agricoltura, commercio, profumeria e cultura.

Il bergamotto è al 100% una materia prima che ha saputo trasformarsi senza perdere la propria identità.

È sopravvissuto alle crisi, ha attraversato epoche e mestieri, è passato dalle mani dei contadini a quelle dei profumieri, dalle bucce alle concoline, dalle antiche acque profumate alle moderne formule di profumeria.

Esco dal museo felice e piena di nuovo sapere perché adesso quando annuso il bergamotto non sento più soltanto una nota.

Sento un luogo.

Ed è proprio questo il senso di un viaggio olfattivo.

Non limitarsi a riconoscere un profumo, ma provare a scoprire da dove viene, chi lo ha coltivato, chi lo ha estratto, chi lo ha trasformato e quante storie può contenere una sola goccia.

Il viaggio continua🍋🌿

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