Domenica 20 settembre 2026

Eccoci qui con il nostro primo racconto di un profumo e ci tenevo davvero ad iniziare raccontando di lui, Clandestino, una mia creazione.
Clandestino nasce da un'immagine, da una sera di inverno di due anni fa credo, quando ho partecipato ad una esposizione di gioielli artigianali a Roma di una mia cara amica e in questa occasione ho assistito ad una dimostrazione di tango argentino.
Prima di iniziare a ballare, i maestri ci hanno raccontato la storia del tango delle origini.
Non il tango elegante e sensuale che siamo abituati a immaginare, ma quello nato nella regione del Río de la Plata, tra Buenos Aires e Montevideo, negli ambienti popolari di una città attraversata da migrazioni e incontri tra culture diverse.
Ascoltavo. Poi è successo qualcosa. Ho guardato i loro piedi.
I passi che si incrociavano, si sfioravano, si cercavano e improvvisamente cambiavano direzione.
C'era una tensione incredibile in quel movimento.
Non era soltanto danza. Era energia, confronto, equilibrio, vicinanza.
E ho iniziato a fotografare. Fotografavo i piedi, le scarpe, il pavimento, le distanze tra i corpi e dentro di me avevo già deciso: questo sarà il mio prossimo profumo.
Quando sono tornata a casa, ho iniziato a cercare. Volevo capire quel mondo.
Ho approfondito la storia del tango, i luoghi in cui era nato, le persone che lo avevano fatto vivere, ma anche la musica.
Ho ascoltato i tanghi delle prime epoche, quelli della Guardia Vieja, cercando di capire che cosa raccontassero attraverso il loro ritmo e il loro suono.
C'era una musica che poteva essere malinconica, struggente, quasi lamentosa, ma anche ritmica, nervosa, capace di accompagnare il movimento e la tensione del corpo.
Il bandoneón mi ha colpita particolarmente, è uno strumento a mantice, cugino della fisarmonica, ma molto più malinconico. Nato in Germania verso il 1840 come organo portatile per le chiese che non potevano permettersi un organo vero, è diventato l'anima del tango argentino, non ha tastiera come la fisarmonica, ma bottoni su entrambi i lati e quando apri e chiudi il mantice, lo stesso bottone fa due note diverse. Il suono tipico è un lamento, un respiro. Dicono che il bandoneón quando suona sembra che pianga.
Più approfondivo, più mi interessava il tango prima del mito.
Il tango vero, quello che volevo raccontare, non nasce nei salotti eleganti. UNESCO descrive proprio il tango come una tradizione nata a fine Ottocento e inizio Novecento tra le classi popolari della regione del Río de la Plata, dall'incontro tra immigrati europei, discendenti di africani ridotti in schiavitù e criollos.
La documentazione storica racconta anche la vita degli immigrati nei conventillos, le abitazioni condivise tipiche dell'epoca e restituisce un mondo fatto di solitudine, nostalgia, difficoltà di adattamento, incontri e vita nei quartieri popolari e portuali.
Era una città che cambiava rapidamente. Una città di arrivi, di partenze, di persone che portavano con sé lingue, musiche, memorie e tradizioni diverse.
Il tango nasce dentro questa contaminazione.
Non da un'unica origine, ma dall'incontro.
Un'espressione nata ai margini della cultura ufficiale, tra persone e comunità che stavano costruendo una nuova identità urbana.
Ho iniziato a chiedermi come trasformare quelle immagini in odori.
Volevo tornare indietro, a quell'atmosfera originaria, popolare e notturna.
Ho immaginato i porti del Río de la Plata, gli uomini arrivati da lontano, gli immigrati, i criollos, le comunità afro-rioplatensi.
I quartieri popolari. I locali affollati. Le lunghe notti. E soprattutto i corpi.
Volevo raccontare la vicinanza.
La forza del contatto.
La tensione prima del movimento.
Il confronto.
La competizione.
Ma anche quella strana forma di conforto che può nascere semplicemente dallo stare vicini a qualcuno.
Un abbraccio che trattiene dalla caduta.

È da questo mondo che nasce la mia interpretazione di Clandestino.
Prima di diventare patrimonio culturale e simbolo internazionale, il tango era una musica e una danza legata agli ambienti popolari di Buenos Aires e Montevideo.
E questa è la prima cosa che ho voluto mettere dentro Clandestino: la mescolanza.
Non volevo raccontare la seduzione. Volevo raccontare la vicinanza quella fisica che appartiene al tango, ma che può significare molte cose.
Non voglio trasformare questa immagine in una verità storica assoluta. È il mio modo di entrare in quel mondo e di tradurlo attraverso il profumo.
Mi interessava soprattutto ciò che accade quando due corpi si avvicinano non per rappresentare qualcosa, ma semplicemente per stare lì.
Per condividere una notte. Una fatica. Una tensione. Un momento.
Non volevo costruire un profumo pulito, ma volevo sentire il pavimento scricchiolare.
La polvere nell’aria.
Le scarpe sporche di terra.
Il legno consumato.
Il fumo.
Il sudore.
L'alcol.
I corpi.
L'aria chiusa di un locale dopo ore di musica e movimento.

Ho immaginato scarpe di cuoio sporche di terra, i legni consumati dei locali popolari, il calore della pelle, il fumo che rimane nell'aria.
E poi l'alcol. Non come nota dolce e raffinata, ma come qualcosa che è entrato nella notte, nei bicchieri, nei respiri.
Respiri intrisi d'alcol.
È da questa materia che Clandestino ha iniziato a prendere forma.
La sua struttura è costruita come una piccola scena.
La prima impressione non doveva essere luminosa nel senso classico.
Doveva essere una luce sporca, quasi filtrata dal fumo creando una materia amara, vegetale, umida e leggermente aspra.
Il tango che immagino non è fermo.
Ha una tensione fisica.
Per questo ho costruito un accordo speziato.
È una tensione secca, nervosa che si prepara al movimento.
Prima ancora dell'abbraccio, c'è la distanza.
E dentro quella distanza c'è energia.
Poi arriva la pelle, viva, calda, animale.
Qui il profumo diventa più intimo. Fisico.
È la parte che mi interessava di più: l'odore umano che rimane nell'atmosfera.
Un corpo che ha ballato. Che ha camminato. Che ha sudato.
Che è rimasto vicino a un altro corpo per tutta la notte.
È il cuore emotivo di Clandestino, due corpi stretti, il cuoio delle scarpe che sfrega sul pavimento, il legno intorno, il calore della stanza.
Il cuoio non deve essere nuovo. Deve essere consumato, deve avere assorbito la terra, il fumo, il tempo.
Clandestino è stato percepito come cuoiato, con una componente ambrata molto meno consolatoria e rassicurante.
Ed era esattamente quello che cercavo.
Ogni storia ha bisogno di un luogo.
Per Clandestino quel luogo è scuro, chiuso, quasi saturo di odori.
Il risultato che cercavo era quello dei legni vissuti.
Pareti che hanno assorbito il fumo.
Pavimenti consumati.
Sedie.
Vecchi mobili.
Una stanza che ha già vissuto molte notti.
E poi rimane la notte. Quella parte che non si vede, ma che continua a sentirsi quando tutto è finito.
È l'ombra calda che rimane quando la musica si spegne.
E infine quella sensazione difficile da nominare che rimane addosso quando una notte è finita.
Clandestino non vuole essere elegante nel senso convenzionale.
Non vuole essere perfetto.
Non vuole raccontare un tango da cartolina.
È scuro, notturno, ruvido, cuoiato, profondamente umano.
Parla di due persone che, per qualche istante, smettono di essere sole.
CLANDESTINO

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